La caratteristica della Comunità di Pratica è l’apprendimento condiviso attraverso la pratica comune in un campo di interessi comuni
Da sempre l’uomo ha imparato a organizzarsi con i suoi simili per accrescere le proprie competenze, questo al fine di acquisire forme sempre maggiori di autonomia. Ecco allora che se il termine “Comunità di pratica” è un’invenzione relativamente recente, il fenomeno a cui si riferisce nasce insieme all’uomo. Secondo una definizione di Wenger “le Comunità di pratica sono costituite dalla gente che si relaziona in un processo collettivo di apprendimento in un dominio comune dell’attività umana: una tribù che impara a sopravvivere, una fascia di artisti che cerca nuove forme di espressione, un gruppo degli assistenti tecnici che lavora su problemi simili, una cricca degli allievi che definisce la propria identità nella scuola, una rete dei chirurghi che esplora le tecniche del romanzo, una riunione di responsabili principianti che si aiutano reciprocamente” o ancora “Le Comunità di Pratica sono gruppi di persone che condividono una preoccupazione o una passione per qualcosa e imparano come fare a migliorare mentre interagiscono con regolarità”. Sempre secondo Wenger (2000) le Comunità di Pratica si caratterizzano per tre caratteristiche fondamentali: 1) il Dominio; 2) la Comunità; 3) la Pratica. Di fatto, una Comunità di Pratica non è soltanto un gruppo di amici o una rete di connessioni ma presenta una sua identità costituita da un campo di interesse comune al cui interno vengono tenuti in gran considerazione la competenza collettiva e l’apprendimento tra pari. Nel perseguire gli interessi condivisi, i membri della Comunità di Pratica si impegnano in attività partecipate e discussioni, si aiutano l’un l’altro e si mettono a disposizione informazioni. Si costruiscono relazioni che permettono l’apprendimento condiviso. Ma soprattutto, una Comunità di Pratica non è una semplice comunità di persone con un interesse comune. I membri di una Comunità di Pratica sono professionisti ed esperti che sviluppano un repertorio comune di risorse: esperienze, storie, strumenti, modalità per risolvere problematiche ricorrenti, buone pratiche. Ciò, però, richiede tempo e chiede anche un’interazione sostenuta. Un’ultima osservazione, come messo in evidenza dall’Alessandrini (2007), è il fatto che una Comunità di Pratica può essere effettivamente feconda solo se si costituisce spontaneamente pena il rischio di essere snaturata “se soggetta a supervisione e interferenze”.

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